Servizi – “Rispolverare” non basta

Il titolo del dibattito del 3 dicembre alla mostra Voci e volti di donne del ponente dal dopoguerra ad oggi è “Rispolverare i servizi?”. Mario Calbi, già assessore ai Servizi sociali del Comune, nella sua introduzione, dice che ci vorrebbe ben altro.
I “livelli essenziali di assistenza”, cioè i diritti di cui devono godere tutti, con certezza di finanziamento, non sono mai stati definiti.
A livello locale prestazioni e servizi sono stati decentrati e affidati a soggetti esterni, senza occuparsi di quel che doveva avvenire al centro perché fosse esercitato il necessario controllo ed indirizzo, col risultato di una grande frammentazione.


Il sogno di integrare interventi sociali e sanitari si è definitivamente perduto col passaggio di competenze dai comuni alla Regione: le prestazioni si sono “sanitarizzate” e si sono distaccate dalle politiche del lavoro e della integrazione sociale. Il numero crescente di operatori precari si è tradotto in un lavorare male, senza conoscenza dei fenomeni sociali.
Il “fondo regionale per la non autosufficienza” (20 milioni di euro) deciso dalla Regione sotto la pressione dei sindacati dei pensionati, si è tradotto in una misera integrazione del reddito che scarica a basso costo il problema degli anziani su famiglie che, a loro volta, si affidano a badanti straniere, costrette all’isolamento e inchiodate ad un ruolo servile e sottopagato.
Il completamento del quadro viene dagli interventi di tre operatrici e del pubblico: “Gli amministratori non hanno conoscenza di quel che facciamo”; “Ora che sono alla Fiumara, nella sanità, ho perso la conoscenza del territorio. Sono sommersa da una montagna di richieste individuali, che non riesco più a collegare ad un contesto sociale”; “Ora lavoriamo a porte chiuse, isolati, il lavorare con gli altri non è previsto: per farlo devi forzare la situazione”; “Il nostro non è più un servizio socio-sanitario, ma puramente sanitario”; “Non c’è solo un problema di finanziamento. C’è una questione che riguarda le scelte organizzative, il modo di lavorare”
L’assessore Roberta Papi è presente e risponde. Spiega le difficoltà, i tentativi di farvi fronte. Dice: è vero, siamo costretti a garantire solo livelli minimi per i più deboli. Abbiamo reagito al taglio delle risorse iscrivendo nuovamente a bilancio i fondi dell’ICI, di cui rivendichiamo la restituzione integrale dal governo.
Calbi commenta: ma è una scelta disperata! E l’assessore replica che era l’unica possibile, l’alternativa era un taglio del 10%.
Calbi invita l’assessore a tenere conto di quel che hanno detto le operatrici e il pubblico: “a risorse in decrescita è indispensabile ripensare i modelli organizzativi. Chi ha conosciuto il prima e il dopo può dare alla amministrazione delle indicazioni utili. L’alternativa è consegnarsi al mercato”.
L’assessore concorda: va superata la frammentazione di competenza sui servizi, il governo del terzo settore deve tornare in mano al comune. Dichiara di aver chiesto alla Regione di rivedere la scelta fatta sul fondo per la non autosufficienza.
No, “rispolverare” non basta.
(Paola Pierantoni)