Università. Deficit di bilancio o di cultura?

Sulle pagine genovesi di “Repubblica”, il preside di Lingue, Pier Luigi Crovetto, analizza lo stato dei conti del nostro ateneo nel quadro di una riflessione più ampia sull’università in Italia, particolarmente dura verso i professori che ci insegnano.


Crovetto ha l’atteggiamento tipico di chi ricopre cariche gestionali all’interno di una corporazione: è capace come nessuno di vederne i difetti e come nessuno ne detesta vizi, privilegi, pigrizie lavorative e mentali.
Ma questa prospettiva è anche il limite della sua diagnosi e soprattutto della sua terapia. Fa un po’ come quegli esperti della magistratura che, di fronte alle molte cose che non vanno nel modo di lavorare di non pochi magistrati, ritengono che sia da cambiare l’ordinamento. Se troppi professori sfuggono ai dovuti controlli, non li si richiama al dovere, ma si aumentano i controlli. Se non funziona un meccanismo di valutazione semplice e spontaneo (quando si ha bisogno di un chirurgo del fegato, ci si mette in genere poco a sapere chi sono quelli buoni), bisogna inventarsene uno cervellotico, che darà più punteggi al mediocre puntuale che al bravissimo in ritardo. Finisce che un intellettuale del valore di Crovetto può scandalizzarsi del docente che va a un congresso senza avvertire e non precisa che il guaio è nel “senza avvertire” e non nell’essere andato a un congresso. Una volta avviati su questa strada, può succedere che si osservi con rammarico che il bilancio dell’università è coperto quasi tutto dagli stipendi (ma non dipenderà dal fatto che non ci sono risorse per altro?) e che si recrimini sull’università “assistita”, come se non fosse dovere di una collettività civile “assistere” i luoghi e le persone che producono cultura e formazione.
Dobbiamo fornire qualche altro alibi a chi vuole tagliare i fondi per ricerca e alta formazione? E, del resto, cosa aspetta Crovetto: i contributi dei privati per lo studio dello spagnolo nel Seicento? Sia chiaro: ha mille ragioni. Ma non credo che sarà cancellando il tratto che fa dei professori universitari dei liberi studiosi, dei ricercatori anche restii all’irreggimentazione che si farà un’università migliore. Se ne farà una, ben che vada, solo più scolastica e burocratica.
(Vittorio Coletti)