Call center – Quelli che stanno peggio di noi

Stavolta non vi parlerò di me, sennò penserete che sono una egocentrica! Vi racconto invece una conversazione rubata in treno. Uno dei due lo conoscevo, aveva un negozio di merceria dalle nostre parti, che poi ha chiuso. Non mi ha riconosciuta, ed io ho fatto finta di niente perché le cose che si diceva con l’altra mi hanno subito fatto drizzare le antenne.


Era insieme ad una sua collega, un’altra signora per niente giovane, e quasi litigavano. Parlavano, indovinate un po’? Di call center! Ma non del mio. Loro lavorano in “outbound”, chiamate in uscita. Cercano di piazzare dei prodotti telefonici: attivazioni, servizi extra ecc…. Da come parlavano mi sembra che a livello di ritmi, di stress, siano messi un po’ meglio di noi. Quando il sistema automatico non trova numeri telefonici liberi, gli operatori se ne stanno in attesa uno, due minuti, a volte anche dieci, quindici minuti: roba da sogno! Noi siamo “inbound”, chiamate in entrata, e le telefonate ci arrivano in cuffia senza neanche un microsecondo di pausa rispetto alla precedente. Click – bip bip “Benvenuto in… sono Alice …” Click – bip bip “Benvenuto in… sono Alice …” e così via, almeno cento telefonate al giorno: una cosa da perderci la testa. Ma ecco che ho ricominciato a parlare di me! Beh, torniamo ai due del treno. La prima cosa che mi ha colpito è che non erano mica giovani. Da noi siamo tutti ragazzi. Invece questi avranno avuto l’uomo più di cinquanta anni, e la donna almeno una quarantina. Mi sono detta, ma che ci fanno questi in un call center? Poi, sentendoli parlare, ho capito, e se li ascoltate insieme a me, capirete anche voi.
U. Quando ti scade il contratto?
D. Tra quindici giorni.
U. A me tra un mese.
D. Io sono tranquilla.
U. Ah si? Beata te.
D. Io le mie attivazioni me le sono fatte. E poi me ne hanno rinnovati già due di contratti. Questo è il terzo. Dopo tutto hanno visto che il mio lavoro lo faccio, e secondo me a casa non mi ci lasciano.
U. Ti vedo ottimista. Meglio per te. Io sono ancora al di sotto dell’obiettivo, e se non cambia il vento finisce che mi lasciano a casa. Se non fosse che ho 55 anni e una figlia a carico, sarei quasi contento perché non ne posso più. Non sopporto di rispecchiarmi negli altri. Lascia stare il gruppo dei ragazzi, quelli si fanno un turno al giorno per tirare su due soldi, e finisce lì. Ma tutti quelli come noi! Siamo la maggioranza lì dentro, anime perdute del mercato del lavoro, gente dai quaranta in su, che trema ad ogni scadenza di contratto, Mamma mia.
D. Ma possibile che ti lamenti sempre? Secondo me, dove siamo, dovremmo ringraziare il cielo.
U. E come no.
D. Ma hai idea di quello che c’è in giro? Sai quanti ne ho girati io di call center? Vuoi che ti faccia l’elenco? Quelli che mi hanno detto che la paga era 700 €, e a fine mese me ne hanno dati 280 perché non avevo fatturato abbastanza. Quelli che quando ho chiesto un contratto, me lo hanno dato, come no: già firmato. Da me! Quelli che un bel giorno alle 17.30 ci hanno detto: “Bene, spengete i computer, la ditta ha chiuso. Addio”. Quelli che stavano in un fondo di Via Napoli, niente finestre, niente aria, niente luce. Devo continuare?
U. Allora per te dove siamo va tutto bene.
D. Beh, 900 euro al mese dopotutto ce li portiamo a casa. C’è solo una cosa. Questa sì. Dovrebbero metterci in regola. Avete capito?! Non erano in regola! Cioè, capiamoci: formalmente erano in regola, erano col contratto “a progetto”. Nella sostanza niente altro che una truffa bella e buona.
(Paola Pierantoni)