Dopovoto/3 – In Europa il padrino non è Provenzano

“End of the line for the godfather”, “Capolinea per il padrino” titolava l’Indipendent commentando la sconfitta di Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 2006. “BASTA! Time to sack Mr. Berlusconi”, “BASTA! E’ tempo di licenziare il signor Berlusconi”, titolava l’Economist pochi giorni prima. In questi titoli feroci si disvela la ragione della differenza abissale del voto espresso dagli italiani che vivono in patria e da quelli che vivono all’estero.


Quando l’onorevole Mirko Tremaglia ha scritto la legge che concede il voto agli italiani all’estero aveva forse in mente le vetrine di “Little Italy” con i ritratti del duce in bella vista. Com’è naturale per chi vive nel rimpianto del passato, l’onorevole Tremaglia non s’è reso conto del cambiare delle cose: l’emigrante italiano non è più la figura grassoccia e baffuta che, dietro una vetrina di Little Italy prepara ottime pizze e suona il mandolino; non è più figura isolata in terra straniera che, per sfuggire alla fragilità che il suolo non patrio sempre infligge, rimpiange il periodo di “potere e gloria”.
Quello che l’onorevole Tremaglia non sa sono le facce fra il divertito e l’imbarazzato dei miei colleghi europei quando ho spiegato loro che il sonoro del “Kapò” scompostamente urlato al parlamento europeo s’era misteriosamente perduto nella lunga strada verso il TG1 permettendo al giornalista di definire la cosa come un’amabile facezia.
Quello che l’onorevole Tremaglia non può né vedere né sapere e’ il sorriso imbarazzato di due miei colleghi cinesi che, alcuni giorni prima delle elezioni, presero una pausa dalla faticosa bollitura d’infanti, per dirmi “Please, vote carefully”. Quello che l’onorevole Tremaglia non può sapere è l’imbarazzo dei miei amici mussulmani al sapere di esser rimasti “1400 anni indietro”, lo sguardo offeso dei miei amici e colleghi tedeschi al sapere che, prima di provvidenziale e fulminea conversione sulla via della Farnesina, il mio ministro degli esteri riteneva Mussolini “il più grande statista del secolo”.
Quello che l’onorevole Tremaglia non sa è che gli italiani che emigrano non si rifugiano più, spaventati, in ghetti a rimpiangere gli anni belli in cui s’andava a braccetto con i nazisti; gli italiani che emigrano leggono la stampa estera e non si fanno più ammorbidire il cervello da quel rutilare estenuante di chiappe, menzogne e fesserie che è diventata la televisione italiana.
Gli italiani che emigrano si sono abituati a vivere in paesi dove il ministro dell’economia ha, come minimo, una laurea in economia, considerano inaccettabile che il Primo ministro licenzi dei giornalisti della televisione pubblica ed anche che si facciano le corna ai ministri degli esteri di altri paesi.
Quello che Tremaglia non può capire è che all’estero Auschwitz non è una facezia, l’economia e’ una cosa complessa e tremendamente seria e la geopolitica di una nazione non si gestisce come si fosse ubriachi al bar in cerca d’una rissa. Una volta capito questo la scelta di voto è stata obbligata: “It was time to sack Mr. Berlusconi”.
(Gabriele Pierantoni)