Categoria: Politica

  • OLI 274: LETTERE – Riaprire la partita

    Si respirava entusiasmo e una viva voglia di mettersi (o rimettersi) in gioco, sabato scorso 16 Ottobre, al primo Congresso provinciale di Sel, Sinistra Ecologia Libertà, il movimento che fa capo a Nichi Vendola e nel quale si riconoscono i tanti già in Rifondazione Comunista che nel VII Congresso del 2008 non aderirono alla mozione vincente (per poco: 142 sì e 134 no) dell’attuale segretario Ferrero, più molte altre persone della sinistra attualmente extraparlamentare, numerosi provenienti dal variegato arcipelago ambientalista e coloro che non hanno mai creduto (o non credono più) nel Partito Democratico e nella sua politica.
    C’era aria di novità, tra i cento e più partecipanti – iscritti o simpatizzanti – che nel corso della giornata hanno affollato la bella sala messa a disposizione (gratis) dal Circolo ricreativo dell’Autorità portuale a San Benigno.
    Peccato che la stampa abbia dato poco o nessun risalto all’evento: salvo errore, solo un paio di trafiletti sul Secolo XIX e un articolo sul Mercantile.
    Mentre a Roma si svolgeva la manifestazione Fiom Cgil, chi era rimasto a Genova si riuniva in commissioni a preparare documenti e votazioni, o seguiva le decine di interventi che si sono succeduti nell’arco di alcune ore.
    Vecchi compagni e neofiti, sindacalisti, rappresentanti di associazioni, partiti e movimenti contigui hanno esposto le proprie storie, desideri e punti di vista, ragionando sui tanti temi che andranno approfonditi nel prossimo futuro, nella pratica e nella iniziativa politica.
    Il tutto in vista dell’imminente primo Congresso nazionale, in programma a Firenze dal 22 al 24 Ottobre, nel corso del quale l’attuale movimento si prefigge di fondare non un ennesimo nuovo partito, ma a un partito nuovo che sappia proporsi come forza di governo, non arroccato nel proprio settarismo ma disposto anche a confrontarsi e a lavorare insieme col PD e altre realtà, per riguadagnare il consenso della maggior parte degli italiani non rincorrendo la destra sui suoi temi, ma perseguendo modelli alternativi di esistenza e di società, che privilegino l’uomo e l’ambiente rispetto all’economia e alla finanza, in una ritrovata moralità.
    Una delle parole più ricorrenti era “solidarietà”, non vuota espressione retorica ma sincera manifestazione di un bisogno vitale e dell’intenzione di soddisfarlo. La sua etimologia deriva dal latino “solidus”: intero, compatto, consistente. Un legame che unisce, che vincola in solido, in un compatto e massiccio corpo intero fatto di mutui scambi e sostegni, teso a una meta condivisa.
    “Solidale” per assonanza (basta togliere una sillaba) richiama “sodale”, ovvero compagno. E sentirsi ed essere davvero compagni, non solo di nome – come talvolta certe stantie liturgie della sinistra ripropongono stancamente – ma soprattutto di fatto – compagni di vita e di percorso – è alla base di quel rinnovato modello di vita obiettivo di Sinistra Ecologia Libertà, dove continuare a chiamarsi compagni non è per nulla sconveniente – come accade altrove – ma è anzi segno di orgogliosa appartenenza a un comune progetto per il futuro.

    http://www.sinistraeliberta.eu/

    (Ferdinando Bonora)

  • OLI 272: SOCIETA’ – L’accessibile normalità di Stoccolma

    Spesso sono destinati a coppie. Non di gemelli. Ma semplicemente di fratelli. Se ne vedono parecchi in giro, i giovani genitori ci spingono i figli: il grande nel passeggino, il neonato nella carrozzina, affiancati l’uno all’altro esattamente come in un sidecar. A loro ogni mezzo di trasporto è accessibile: l’autobus che si abbassa dolcemente sul marciapiede per far scivolare le ruote delle carrozzine all’interno, la metropolitana dotata ad ogni fermata di ascensore, i traghetti per l’arcipelago. E loro, i bambini, con passeggini di ogni forma, sono davvero tanti a Stoccolma. Tanti come disabili e anziani, alcuni che girano la città su sedie a rotelle o spingendosi appoggiati a girelli.
    Per i più malati il centro per anziani che ho visitato nel quartiere di Solna offre grandi camere singole dove portare da casa gli oggetti più cari, camere dotate di servizi per disabili e angolo cucina. E un’assistente – fotografata vicino al degente accanto alla porta della stanza – che, mi dicono, non è presenza virtuale, ma reale. Se hanno pensione viene trattenuta dallo Stato praticamente tutta, tranne una piccola percentuale.
    Anche in piena estate, colpisce di Stoccolma il silenzio in strade e parchi, ancorché affollati, come se anche il volume delle parole fosse regolato da un principio condiviso da tutti. E stupisce la presenza di giovani e famiglie straniere. 
    La moschea è nel cuore della città. Lo spazio interno corrisponde alla somma di due palestre delle nostre scuole: grandi finestre si affacciano su un lato del perimetro, archi orientaleggianti decorano il lato opposto. L’ala schermata e riservata alle donne ne sovrasta una parte. La costruzione, di una semplicità commovente, è quello che deve essere, un luogo di preghiera. Indispensabile al credente.
    A Stoccolma quello che è necessario al cittadino sembra accessibile con normalità. E’ una normalità strana per chi è italiano, difficile da comprendere perché derivante da una logica – pagamento delle tasse ed etica della politica – che in Italia non ha messo radici.
    La politica svedese infatti è controllata da anticorpi interni ad essa che la rendono immune dalla corruzione. La segretaria socialdemocratica Monia Sahlin colpevole di aver utilizzato (nel 1995) la carta di credito da parlamentare per acquistare due tobleroni, pannolini e sigarette, fu costretta a causa dello scandalo a lasciare la carica di vicepremier e ad abbandonare la politica. Ridotta al silenzio per tre anni, è stata eletta alla segreteria del suo partito nel 2007. Ancora oggi lo “scandalo del Toblerone” è uno degli argomenti principali – a distanza di quindici anni – in mano agli avversari politici per renderla “inaffidabile”.
    Forse anche questa vicenda ha a che vedere con l’accessibile normalità che si respira a Stoccolma.

    (Giovanna Profumo)

    OLI 272: SOMMARIO

     

  • OLI 272: POLITICA – Aspettando la goccia che fa traboccare il vaso

    Dopo l’ultima volgarità sull’acronimo SPQR Bossi si è scusato, secondo la solita prassi di lanciare insulti e fare stentate retromarce in caso di necessità.
    Così la questione di fiducia sul suo nome è rientrata, e tutto si è ricomposto. Chissà fin dove arriverà la capacità di tolleranza di questo nostro disgraziato paese.
    Ogni tanto, tuttavia, arriva qualche segnale che ci fa sperare che il vaso sia ormai pieno e inizi a traboccare. Ad esempio, tra i molti motivi per cui Fini, cofondatore del PDL, è in rotta di collisione con Berlusconi c’è anche la radicale diversità delle sue posizioni su unità di Italia, federalismo e immigrazione rispetto a quelle che la Lega impone alla agenda del governo. Casini ha assunto una ferma posizione contro l’ipotesi di poter entrare al governo con la Lega. Inoltre è emblematico il duro attacco dell’associazione Italiafutura, vicina all’ex presidente di Confindustria Montezemolo, dove in un editoriale intitolato “I fatti di chi produce e le parole (e gli insulti) di chi ha fallito”, la Lega viene ritenuta “corresponsabile di 16 anni di non scelte, che hanno portato il Paese a impoverirsi materialmente e civilmente”, mentre Bossi è giudicato incapace di portare i risultati attesi dal suo stesso elettorato “Guardare alle promesse sul federalismo per credere. Dubitiamo infatti che i suoi elettori l’abbiano mandato in Parlamento per difendere Cosentino o Brancher. Ha ragione Bossi: in Italia (e in particolare nella sua Padania immaginaria) la chiacchiera va per la maggiore e delle parole a vanvera di una classe politica screditata gli italiani ne hanno piene le tasche.”
    Perfino Eric Almqvisti, portavoce di Sverigedemokraterna, il partito di estrema destra che ha regsitrato un imprevisto successo in Svezia sollevando allarme in tutta Europa, prende le distanza dalla “nostra” Lega Nord. Infatti in una intervista al Sole 24ore del 18 settembre scorso aveva dichiarato: “Abbiamo avuto qualche incontro con Alleanza Nazionale e con la Lega Nord ma niente di più, anche perché loro sono molto più radicali di noi … noi siamo pronti ad accogliere chi scappa dai propri paesi perché in pericolo, come gli iraniani e gli iracheni. Non possiamo permetterci quelli che non vogliono diventare parte della nostra società”. Questo partito xenofobo che non propone di bombardare i mezzi che trasportano gli immigrati o di respingerli senza verificare se tra essi vi siano persone che possono chiedere asilo o assistenza umanitaria, è comunque isolato e nessuno dei due schieramenti di centro destra e centro sinistra svedesi intende governare con esso.
    Sperare che succeda lo stesso al partito degli xenofobi in Italia è troppo?

    (Saleh Zaghloul)

    OLI 272: SOMMARIO

     

  • OLI 271: INFORMAZIONE: Se nulla importa

    Jonathan Safran Foer, autore di Ogni cosa è illuminta e di Molto forte, incredibilmente vicino, è un giovane e notevole scrittore americano, che, dopo il suo grande successo internazionale, ha deciso di dedicare tre anni – tre anni sono molti – per svolgere una inchiesta e per scrivere un libro sull’allevamento industriale degli animali.
    Il titolo originale del libro è Eating Animals, diventato – nella edizione italiana – Se niente importa (Guanda, febbraio 2010, 18 €). Il fenomeno narrato è la drammatica esplosione dell’allevamento intensivo di polli, tacchini, maiali e bovini nella produzione di carne, uova, latte negli Stati Uniti dove, documenta Foer, la zootecnia industriale occupa oggi il 99% del mercato, mentre gli allevatori familiari o artigianali sono ridotti ad una quota residuale. Sessanta pagine di note e bibliografia, decine di interviste che includono colloqui approfonditi con lavoratori del settore, molte visite di persona ufficiali e clandestine agli allevamenti documentano nel dettaglio questa realtà produttiva, e le sue conseguenze.
    Osserva Foer “L’industria zootecnica esercita la propria influenza politica sapendo che il proprio modello di business dipende dal fatto che i consumatori non hanno la possibilità di vedere o sentire”. Le cose che documenta lo scrittore americano sono infatti strazianti, intollerabili, se guardiamo al prezzo richiesto in termini di sofferenza degli animali sia nel corso della vita che durante la macellazione. Ed estremamente preoccupanti se si guarda alle conseguenze in termini di impatto ambientale, di salute per i consumatori, e di condizioni psico-fisiche per i lavoratori.
    E qui veniamo a casa nostra. Al momento della uscita del libro i giornali ne hanno parlato, hanno riportato stralci dal libro, hanno intervistato l’autore (La Repubblica del 19/02/2010; Il Corriere della Sera del 3/3/2010; Liberazione del 8/3/2010 … ), ma in nessuno degli articoli viene introdotta la questione di cosa avvenga qui da noi, in Italia e in Europa. Magari nella UE c’è qualche regola in più, magari le cose vanno un po’ meglio, ma non mi risulta (mi sbaglio?) che i grandi organi di informazione abbiano preso dal libro di Foer lo spunto per avviare una propria attività di inchiesta su questo tema. L’argomento resta così circoscritto in un confine esotico e lontano, che non ci tocca davvero. Materia letteraria, quindi, e non politica.
    Eppure l’argomento meriterebbe tutta l’attenzione possibile perché tocca trasversalmente i territori della economia, del mercato, della informazione, della salute, della ecologia, della etica. Perché solleva la questione del rapporto tra scelte individuali e logiche di mercato. Perché l’informazione è la chiave di volta per rompere il muro di mistificazione e silenzio che ci rende passivamente complici di una delle grandi perversioni del nostro tempo.
    (Paola Pierantoni)

    Link:
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/02/19/chiedetevi-perche-mangiamo-gli-animali.html
    http://www.liberazione.it/rubrica-file/637766631.htm
    http://www.corriere.it/animali/10_marzo_03/jonathan-safran-foer-consumo-carne-allevamenti-intensivi_a142bbfe-26dc-11df-b168-001

  • OLI 269: POLITICA – Se la Liguria diventa laboratorio

    Missing in patria, l’ex ministro dello Sviluppo economico, mai sostituito, è ricomparso in Parlamento e ad una cena romana Pdl, smagrito e abbronzato. Nessuna dichiarazione sulla bufera che sta attraversando il partito, ma qualcuno insinua che gongoli perché  dopo il suo passaggio di testimone nessuno sembra ora abbia tenuto compatto il partito delle libertà come lui. Altrettanto sta succedendo in Liguria, dove scontri e scandali pare abbiano aperto il vaso di Pandora: a Genova quasi defenestrato il futuro candidato sindaco tra liti e agguati, mentre a Ponente infuriano collusioni mafiose. La disinvoltura del vicecoordinatore che fa spallucce alle dichiarazioni di personaggi equivoci – solo sostegno elettorale, mica soldi – o l’aplomb del sindaco di Bordighera, che pur commissariato non si dimette – per  dovere istituzionale – giovano all’ex ministro. Lui è l’unico che si è dimesso.
    Così ci si chiede se l’incredibile versione della casa compratagli a sua insaputa non fosse l’unica possibile di fronte a un “trappolone” amico, che arrivava da lontano. E se dopo le dimissioni ha pure stoppato la costruzione del campo da calcio in villa, ha comunque trovato il tempo per nominare amici in incarichi qua e là, pur dovendo cedere posti chiave alla Lega nell’azienda genovese che tanto aveva sponsorizzato per il suo programma nucleare, salvo concludere poi con i francesi.
    Così a Ponente non tira una gran aria, forse si aspetta che l’oblio faccia il suo gioco. Intanto quella che pareva la più eccezionale operazione immobiliare sulle coste del Mediterraneo, il porto turistico di Imperia, pare in stand-by. Il potente imprenditore romano, suocero di Pierferdinando, s’è visto poco e ora il Comune di Imperia, socio dell’impresa, denuncia i costi paurosamente aumentati.
    Una maestosa infilata di decine e decine di palme svetta lungo il suggestivo molo artificiale, e barche ondeggiano pigramente nello specchio di mare già racchiuso dalle torri di controllo. I lavori da fare sono però ancora immani per raggiungere i duemila posti barca previsti, il completamento delle banchine, il centro commerciale e abitativo. Qualche gru, pochi camion, alcuni operai che spostano l’immenso smarino di riporto e un annoiato guardiano sorveglia centinaia di metri recintati di spazi deserti.
    All’ufficio vendite dichiarano che i posti-barca sono esauriti, ma se interessa c’è già chi rivende ad un prezzo inferiore a quello d’acquisto per problemi di pagamento e tempi di consegna dilatati, mentre aleggia il timore che i lavori si fermino lì. Gli appartamenti di lusso delle palazzine sono in gran parte venduti (sarà stato lo scudo fiscale?), restano le proposte da alveare, monolocale più terrazzo da 10 mila euro in su.
    Sembra passata una vita dalle feste di San Giovanni degli anni scorsi, con fastosi fuochi d’artificio e la processione per le vie di Oneglia, l’evento clou della città, a cui nessuno mancava, con il bar più chic pieno di gente, in attesa del passaggio dei poteri sacri e profani. Tutti in prima fila a omaggiare imponenti crocifissi, vescovo, sindaco e forse per incontrare lo sguardo del potente ministro. Quest’anno niente ministro e onorevoli per la statua di San Giovannino, poche persone e “il caffè  in” deserto: davvero fedeli autentici.
    Tra la gente comune spicca la preoccupazione dei genitori dei ragazzi della squadra di pallanuoto, che ha fatto faville in campionato: pare si siano ritirati i maggiori sponsor nazionali e siano rimasti soltanto i marchi di olio e pasta imperiesi.
    (Bianca Vergati)

  • Oli 268: POLITICA – Gli arabi scoprono una Turchia amica

    Solo dopo l’intensissimo contatto della Turchia con la questione principale dei cittadini arabi, la Palestina, questi ultimi si sono accorti dei cambiamenti che, da almeno quindici anni, coinvolgono la realtà turca. Gli arabi da sempre hanno “un’antipatia” per la Turchia, a causa dei 500 anni di dominio ottomano del loro territorio e per la continua “occupazione” della regione di Iskenderun. Gli islamici arabi, che continuavano a difendere il califfato islamico ottomano, cambiano atteggiamento quando Kamal Ataturk realizza la trasformazione laica della Turchia. All’antipatia di nazionalisti ed islamici si aggiunge quella della sinistra e dei progressisti arabi perché la Turchia fa parte della Nato, perché la sua alleanza con Israele è da sempre strategica e militare e perché ha sempre negato il diritto all’autodeterminazione dei Curdi.    
    Le cose iniziano a cambiare dopo la ferma solidarietà della Turchia ai palestinesi di Gaza durante la feroce aggressione israeliana del gennaio 2009, operazione “Piombo fuso”, dove, secondo l’ONU ed il rapporto Goldstone, sono stati commessi crimini di guerra. Il cambiamento vero e proprio è di questi giorni dopo la solidarietà turca con i pacifisti aggrediti (nove persone uccise) dalla marina israeliana in acque internazionali durante il loro tentativo di rompere l’assedio imposto dagli israeliani alla popolazione palestinese di Gaza (assedio considerato recentemente insostenibile dallo stesso presidente americano Barak Obama). Le foto del premier turco Erdogan sono apparse nelle ultime manifestazioni popolari accanto a quelle dei leader arabi più amati come Nasser ed Arafat, e in certi paesi arabi stanno sostituendo le foto di Khomeini e di Ahmadinejad.        
    La Turchia, paese europeo che fa parte della Nato, governata da un partito di ispirazione islamica che assomiglia a quel che era la Democrazia Cristiana italiana, può mediare tra “occidente” e aspirazioni del suo ambiente mediorientale (al quale sembra rafforzare la propria appartenenza) per una pace duratura nella regione e nel mondo. Occorre però non cadere nella solita trappola dei guerrafondai che hanno già iniziato a diffondere il vecchio disco di una Turchia antisemita, amica degli integralisti e dei terroristi. La trasformazione della Turchia in un altro Iran servirebbe solo a destabilizzare la regione e renderebbe ancora più esplosiva la situazione. Occorre invece che la Turchia faccia al più presto parte dell’Unione Europea.
    (Saleh Zaghloul)

  • OLI 267: POLITICA – Il tempo di naufragare è terminato

    Buongiorno Genova, buongiorno minoranza degli italiani,
    desidero ringraziare gli organizzatori e tutti coloro che hanno lavorato per rendere possibile questa grande manifestazione. Ringrazio, inoltre, quegli italiani e tutti coloro che dall’estero hanno sentito la necessità di tornare per ricordarci il nostro dovere civile, quello di vegliare e difendere i diritti sanciti dalla nostra Costituzione.
    La nave dei diritti è sbarcata ieri sera. La zattera italiana, invece, naufraga ancora in mezzo al Mediterraneo, confusa tra i flutti schiumosi. Vi stanno aggrappati alle sartìe milioni di italiani, tutt’altro che preoccupati, anzi, apparentemente felici.
    Felici perché incoscienti. Ojetti scrisse che l’ignoranza è la palpebra dell’anima: le cali e puoi dormire; le cali e puoi persino sognare.
    Ed è proprio una condizione di felice torpore quella in cui ci vogliono spingere, tagliando i fondi all’istruzione pubblica, inondando i media di ottimismo, imbavagliando ed aggredendo l’informazione indipendente.
    In questo modo possono raccontare senza timore che l’Italia è un’isola d’oro, che la crisi l’abbiamo superata in autostrada. Evitano di dire, invece, che in questi ultimi due anni abbiamo perso quasi un milione di posti di lavoro, portando la disoccupazione al 9,1%, con prospettive di crescita fino al 9,6% per la fine del 2011.
    E come in ogni buon Paese d’oro, serviva un capro espiatorio: prima i clandestini, poi i magistrati, sono diventati bersagli dei media. Così i naufraghi si sono stretti all’albero della zattera ed hanno acclamato prima il pacchetto sicurezza, poi – quasi si sentissero troppo sicuri – hanno chiesto di tagliare le intercettazioni per difendere la loro privacy.
    Proprio loro, coi vestiti a brandelli. Loro che, in questa deriva, hanno chiuso entrambe le palpebre e non si sono accorti di essere rimasti nudi. Hanno creduto ingenuamente a ciò che gli è stato raccontato dalle televisioni, felici di stare su una zattera che – senza saperlo – portava la zavorra di uno dei più alti debiti pubblici al mondo. Questi sognatori, non si sono nemmeno resi conto dell’aumento dell’evasione fiscale, assestata a 124,5 miliardi di euro. Un’evasione che è cinque volte quei 24 miliardi di euro di sacrifici che il governo ha deciso di imporre alle nostre buste paga, proprio mentre regala agli evasori un nuovo condono edilizio.
    Non c’è dubbio che tra Paese virtuale e Paese reale si sia creato un gap incolmabile. In 1984, di Orwell, il Ministero della Verità riduceva l’espressività della lingua per evitare che qualcuno parlasse. Nel 2010, in Italia, si limita direttamente la percezione per evitare che qualcuno pensi.
    La gente che oggi protesta per le vie di Genova non esiste nei media. Gli studenti, i ricercatori, gli operai, gli statali, i cassintegrati e i disoccupati sono fantasmi, cancellati sia dalle chiacchiere dei bar che da quelle del Parlamento.
    La fabbrica del consenso funziona. Funziona anche grazie ad un’opposizione senza carattere, senza corpo né voce. Un’opposizione che dovrebbe avere il diritto – ma ancor più il dovere – di rappresentarci in questo momento difficile. La fabbrica del consenso è vincente, ma non deve diventare convincente.
    Mentre la ciurma felice continua a galleggiare, dondolata da onde attente che nessuno si lamenti, si va incontro a quello che Eco ha definito uno “struscìo di Stato”, una graduale erosione della democrazia che, un passo alla volta, ci porterà ad una dittatura, che nessuno sarà più in grado di riconoscere perché assuefatto.
    Qualche giorno prima di morire, José Saramago, autore portoghese e premio Nobel nel 1998, ha aderito allo “Sbarco” affermando: “Stiamo tutti soffrendo quel che succede in Italia col popolo italiano, che in questo modo sta negando la propria storia e la propria cultura. E io cosa c’entro alla fine? Non sono neanche italiano. Ebbene, sì che c’entro. Perché sono una persona a cui interessa tutto ciò!”.
    Questo è il motivo che ha spinto anche me e tutta la redazione della rivista Aeolo a venire qui. Mai come oggi ci siamo ritrovati nel motto che ci mosse in quell’aprile 2008: “Aeolo nasce per spazzar via la bonaccia che domina nella cultura contemporanea: come i venti soffiano da parti diverse ed anche opposte, noi vogliamo divergere, essere d’accordo, scontrarci, per creare nuovi luoghi d’incontro, nuovi punti di vista, nuovi modi di comunicare”.
    Ed eccoci qui, a soffiare. Soffiare per agitare queste acque, soffiare per scuotere la zattera e le coscienze, soffiare per strappare quei naufraghi felici dal torpore che li coccola, prima che sia la zattera stessa a trascinarli nell’abisso.
    Siamo qui perché l’Italia è il Paese che tocchiamo ogni giorno con mano, è il profumo del pane che ci ha cresciuti, è la rabbia di un padre che perde il lavoro. L’Italia è questo, non quello che ci raccontano, non quello che vogliono farci credere.
    Oggi non vogliamo riprenderci Genova. Oggi vogliamo riprenderci la lente del dubbio. Oggi vogliamo che la gente sollevi le palpebre e valuti coi propri occhi la ruvidezza del legno che li trascina a fondo.
    Perché il tempo di naufragare è terminato.
    (Enrico Santus – Direttore editoriale della rivista culturale Aeolo)

  • OLI 267: POLITICA – Lo sbarco dei ragazzi che pensano al domani

    Mirella ha gli occhi chiari che ti guardano dritto, pare una giovane signora capitata lì per caso se non fosse per quel trolley che si trascina con nonchalance in piazza. Ma allora fa parte dello sbarco! Intorno giovani ballano e lei guarda con tenerezza. Insegna alla scuola italiana da ventiquattr’ anni a Barcellona e l’indomani ha scuola, ma è contenta e dice che non dobbiamo essere noi a ringraziare lei, ma il contrario. Si chiacchiera e si ascoltano ringraziamenti vari: a proposito dov’erano le istituzioni, a parte il saluto della sindaco al momento dell’arrivo? Ma queste sono domande che ci facciamo noi di Genova in silenzio, chiedendoci come mai fra i tanti manifesti che annunciano un’estate folle di eventi, non si siano trovati i fondi per un manifesto di benvenuto ai tanti giovani e non arrivati fin qui per farsi sentire. Per far vedere che ci sono anche loro, pur se l’Italia si è dimenticata dei suoi ragazzi, dei suoi figli emigrati non solo per diletto: meno male che c’è facebook.

    Poi irrompe una voce dolente. Ricorda le vittime di stato, l’appuntamento del 20 luglio: Heidi Giuliani, una mamma che non si rassegna, che vuol ricordare il suo Carlo.

    Ci si guarda, c’è un sesto senso tra chi insegna, tra chi sta con il futuro, senza volerlo rubare. E malinconicamente ci si sforza di vedere un futuro per tutti quei ragazzi che sono arrivati, sciamando allegramente all’Acquasola e mangiando con voracità, si sono raccontati delle associazioni, dei gruppi all’estero, che si tengono in contatto, preoccupati del Paese che non c’è, sopito e assorto nel presente. Manca il lavoro per giovani, figli, padri, ma c’è chi sta bene comunque. Lo sguardo è ridente però. Beata gioventù, pensaci almeno tu al tuo domani, noi forse non ne siamo più capaci. E i balli riprendono mentre l’insegnante italiana dice ciao e grazie, sparendo tra la folla.
    (Bianca Vergati)

  • OLI 267: POLITICA – “Le” e “Gli” extraparlamentari dello Sbarco



    Dopo un anno di lavoro, alla fine, “Lo Sbarco” è avvenuto, e un vento di idee, speranze, intelligenza e passione per ventiquattro ore ha sollevato mulinelli qua e là nella città.

    Al Terminal traghetti, quando la lunga fila (circa seicento) di questi messaggeri della politica ha cominciato a percorrere la passerella, i visi erano ancora indistinti, ma mentre si avvicinavano tra sventolii di mani e lanci di grida di benvenuto, chi aspettava si è accorto che entro breve sarebbe stato investito da un’ondata di giovinezza e di speranza, che portava con sé l’invito pressante a riprendere in mano la politica.
    Sul sito (http://www.losbarco.org/), negli striscioni, nei volantini, nei discorsi si dice di che si tratta: è necessario, urgente “contrastare le derive culturali, politiche, sociali” che stanno affondando il nostro paese. Ma come? Quale è la strada?
    Domenica pomeriggio in Piazza Matteotti, al momento dei saluti, salta fuori un indizio.   
    Andrea de Lotto, l’italo-barcelloneta a cui un anno fa, nel giorno di San Giovanni, è venuta in mente l’idea dello “Sbarco”, prende la parola e ripete quello che aveva già detto ventiquattro ore prima, nel momento dell’arrivo: “L’ottanta per cento delle persone che hanno dato vita a questa impresa sono donne”, e aggiunge che l’intensità dell’impegno per tutti, donne e uomini, è stata tale in quest’anno di lavoro che c’è voluta molta arte per non mettere a rischio gli equilibri familiari, e in alcuni casi l’arte non è stata sufficiente.
    Ma come? Non c’era una distanza, una estraneità crescente, tra donne e politica? Cos’è questa politica che attira una percentuale talmente sproporzionata di donne? Cosa si propone, cosa spera di ottenere, su cosa spera di agire?
    Alla Camera le donne vanno dal 10 % circa di IDV e UDC, al vertiginoso 27 % del PD, transitando per il 18% di PDL e Lega. Poi, improvvisamente, ecco che per l’avventura politica dello sbarco c’è un incredibile affollamento di donne.  

    L’esperienza dello sbarco è di quelle che lasciano intravvedere la possibilità che uomini e donne trovino insieme modalità inedite per fare politica. I titoli delle piazze organizzate in città domenica 27 giugno (Diritto alla pace, al sapere e alla bellezza, alla cura dell’ambiente e al futuro, alla differenza, alla dignità del lavoro) non parlano solo al maschile. 
    (Paola Pierantoni)


  • Politica – Finanziaria: la casa che non c’è

    “Sostiene Carlo Sarro, deputato del Pdl, che “bisogna trovare una soluzione agli abusi compiuti per necessità”, ovvero “l’ampliamento di immobili per avere una stanza in più per i figli”. Che poveretti chissà dove dormivano prima. E’ una delle tante dichiarazioni dei cosiddetti parlamentari peones, quelli che quatti quatti presentano emendamenti che stravolgono le leggi: succederà anche stavolta per la regolarizzazione edilizia delle famose “case-fantasma”, compresa nella finanziaria? Oltre due milioni di immobili censiti da rilevamenti aerei, da cui si vedono tanti bei puntini rossi, che rispetto ai quadratini grigi esistenti sulle visure ufficiali sono assai di più.

    (altro…)