Minori – Tra ostruzionismo e vuoto la Regione latita

Continuando la nostra peregrinazione nel mondo dei minori immigrati vi proponiamo un’altra immagine che potrebbe farle da sfondo: quella del Consiglio Regionale il giorno di avvio della discussione della legge sulle Norme per l’accoglienza e l’integrazione sociale delle cittadine e cittadini stranieri immigrati (1° febbraio 2007).


Da un lato l’ostruzionismo di Plinio con una raffica di ordini del giorno strumentali e privi di relazione col contesto, dall’altra interventi in difensiva (… per l’assistenza sanitaria non prevediamo nulla che già non sia nella Bossi-Fini … per i clandestini non facciamo altro che quello che prevede la Bossi – Fini … anche per la casa non si va oltre la Bossi Fini…), o di pura petizione di principio (è una legge che garantisce eguaglianza di diritti…). In mezzo un provvedimento legislativo pieno di “buone intenzioni” la cui traduzione in pratica sarà faccenda ardua e difficilmente verificabile, e di inutili riproposizioni di quanto già stabilito dalle norme vigenti.
In tutto il corso della discussione non si è avuto il bene di sentire una analisi di merito su quali siano i problemi prioritari qui, oggi, in Liguria.
Eppure, anche restando al solo punto dei minori, alcune questioni di specifica competenza regionale ci sarebbero, eccome.
Una di queste è la grande disomogeneità che esiste sul territorio ligure nel modo con cui i comuni gestiscono il rapporto con le comunità educative in cui vengono inseriti i minori presi in carico.
A Genova dal 2006 (finalmente) tutte le strutture devono essere accreditate sulla base della loro rispondenza ad un sistema di criteri di qualità stabilito dal Comune, le rette sono state ridefinite in base alle caratteristiche e alla qualità del servizio, ed è stato avviato un sistema di verifiche che devono essere effettuate fisicamente ogni anno nelle strutture.
Ma questo non si verifica altrove. Il regolamento regionale che disciplina la materia è recente (2 dicembre 2005) ma insufficiente, e nei colloqui che abbiamo avuto in questi mesi con funzionari pubblici, operatori sociali e ricercatori lo abbiamo sentito definire via via “poco approfondito”, “molto debole”, “centrato più sugli aspetti strutturali che su quelli della qualità del progetto educativo e delle competenze degli operatori”
Un provvedimento, ci dicono, che “lascia molto spazio ai comuni”, cioè, aggiungiamo, che non svolge quel ruolo di omogeneizzazione e regolazione che sarebbe proprio della Regione. Dove esistono ancora situazioni “arcaiche”, centri che ospitano sia adulti che minori accomunati dalle stesse patologie esistenziali (handicap fisici e psichici), e casi in cui la norma che stabilisce il numero massimo di otto minori nella stessa struttura viene violata accostando più comunità nello stesso edificio.
La regione inoltre non fa da tramite per uno scambio di “buone pratiche” tra i diversi territori, con la conseguenza che alcuni progetti innovativi realizzati a Genova sono restati casi isolati, non fanno da volano ad altre iniziative, e rischiano loro stessi di esaurirsi.
(Paola Pierantoni)