Culture nel tempo – Razzismo nell’era dell’iPod

In uno dei più famosi film di Méliès, il padre degli effetti speciali, la luna era rappresentata da un faccione sopra un fondale dipinto. Il razzo che vi atterrava lasciava il malcapitato pianeta con un occhio pesto: gli spettatori rimanevano piacevolmente stupiti per il trucco. Dire che la tecnologia si è sviluppata enormemente nel lasso di questi quasi cento anni è una tautologia. Ci aiuta e ci diverte. Ci salva la vita e ci dà da lavorare. Ci condiziona e ci rigenera. E’ una sorta di paradiso a portata di mano. Come l’Aleph di Borges tutto il mondo sta dentro, nuota e si sostanzia nella tecnologia.


E’ quello che mi dico anch’io ascoltando il filosofo Salvatore Veca ragionare sulla differenza nella sala del minor consiglio di Palazzo Ducale. Una sorta di squisito scioglilingua kantiano per dimostrare che le differenze non esistono, ce le costruiamo con la nostra identità.
Spero lo condivida anche il funzionario della Compagnia delle Opere che anziché sedersi nel posto libero che gli ho indicato si è accoccolato per terra al mio fianco e smanetta a più non posso sul suo blackberry d’ordinanza. Adesso il telefono con internet e posta elettronica ce l’hanno quasi tutti, anche quelli che lavorano nel Terzo settore, specie i dirigenti; glielo passa l’Associazione di promozione sociale, la Ong, la Onlus, per tenerli tutti “in rete” i propri quadri, dargli identità.
Certo è che alla faccia della rete che travalica i confini, è libera ed egualitaria, mai come ora le differenze sono state marcate e le identità sembrano rilanciarsi con sospetta ed allarmante vitalità. Le “classi ponte”, ad esempio, previste dalla legge di riforma della scuola, anche se ci sono stati dei distinguo e degli ammorbidimenti, dovrebbero difendere la supposta italianità dal rischio della promiscuità con le altre identità, quelle degli stranieri, nello specifico degli extracomunitari.
A parte lo schifo, la pensata didattica contenuta nel dl 133 è contro ogni logica razionale, direbbe Kant: quale sarebbe la fantomatica identità del bambino/adolescente italiano, del dodicenne come del sedicenne?
Il gol di Giardino in nazionale visto sul telefonino, le canzoni dei Tokio Hotel ascoltate in Mp3 sull’iPod, i palloni e le scarpe che portano il marchio multinazionale Nike, le merendine della Nestlè, i jeans strappati o decolorati, la play station giapponese, il totem assoluto dei consumi tra i giovani. Forse da noi si salva ancora la focaccia che i ragazzini continuano a mangiare. Chissà? a Torino sarà la stessa cosa coi gianduiotti, a Mantova con la torta brusca o la spianata in Toscana.
Ma al di là degli scherzi, una cosa comune, un senso di appartenenza, una fierezza intrinseca di essere (o voler essere) italiani quando mai ha attraversato gli spiriti delle ultime giovani generazioni?
E’ quello che cerco di dire alla mia allieva Mikaela che nel suo italiano stentatissimo mi chiede preoccupata perché c’è il razzismo mentre invece si potrebbe costruire una società migliore con la mescolanza delle razze.
E’ una ragazzina ma ha le idee più chiare di molti suoi compagni totalmente genovesi.
(Elio Rosati)