Caso Sme – Come uccidere le sentenze

Su Repubblica del 9 dicembre Franco Cordero spiega come è stato relativamente facile cancellare un processo durato undici anni. Condannati due volte per corruzione, gli imputati contestano ancora una volta la competenza del tribunale di Milano: la Cassazione accoglie la loro richiesta.


La motivazione dei giudici della Cassazione è semplice e al tempo stesso paradossale: malgrado la corruzione sia stata abbondantemente provata dai soldi circolati tra gli imputati mediante bonifici bancari, le accuse di Stefania Ariosto che ha affermato di aver visto due passaggi diretti di danaro, diventano l’asse portante del processo. L’Ariosto li ha visti a Roma e di conseguenza Roma diventa, sede competente (ma il processo rimbalza a Perugia, perché il processo coinvolge un giudice romano). Insomma questo passaggio diretto di denaro, anche se rafforza ancora la tesi dell’accusa, fa sì che il processo debba ricominciare da capo. Dopo undici anni! Ma, tra cinque mesi, per prescrizione, inevitabilmente e definitivamente il processo finirà.
Tutti si ricorderanno delle cosiddette “sentenze suicide”: le motivazioni con cui è emessa una sentenza di condanna sono compilate in modo così evidentemente illogico da assicurare che il verdetto sia respinto dalla Corte di Cassazione. E’ la giustizia che burla la giustizia.
Sulle “sentenze suicide” si sono fatti studi e tesi di laurea. Il titolo di una di queste tesi di laurea era “La sentenza suicida come soluzione ribaltante il processo non gradito a certe corporazioni di giudici togati”. Con il tempo, la casistica che riguarda i giri di valzer imprevedibili che possono uccidere le sentenze è aumentata esponenzialmente. La sentenza della Cassazione sul caso Sme è, in ordine di tempo, l’ultimo contributo a questa casistica
Da anni, la magistratura conduce una battaglia contro la controriforma dell’ordine giudiziario voluta dal centrodestra: la separazione delle carriere di giudice e PM, lo svuotamento dei poteri del Csm, la gerarchizzazione degli uffici, la progressione di carriera dei magistrati attraverso una pletora di concorsi, le modifiche al sistema disciplinare. Una battaglia, come tante volte ci è stato spiegato, a difesa, non dei privilegi dei magistrati, ma a tutela del diritto di tutti. Gli effetti della riforma Castelli sono stati sospesi solo in parte dall’attuale governo. La battaglia quindi, speriamo, continua. Ma, a quando una battaglia per un processo penale dove le questioni procedurali (a cui, anche se pretestuose, fa ricorso chi se lo può permettere) vengano risolte all’inizio e una volte per tutte?
Per ora, buona notte giustizia.
(Oscar Itzcovich)