Carcere/1 – Chi ha paura del garante dei diritti dei detenuti?

Sui tavoli del Consiglio Regionale della Liguria e del Ministero della Giustizia vi sono due proposte di legge per identificare compiti e ruolo del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, figura già presente in alcune regioni e province (ma non in Liguria).
Su questo tema si è tenuto un convegno 28 giugno a Chiavari, dove giuristi, tecnici e politici si sono confrontati per portare le loro proposte ed i loro pareri.


Nell’aggiungere e nel levare compiti e competenze è stato dato ampio risalto a quello che il garante non fa, non dovrebbe fare, non potrebbe fare o è difficile che riesca a fare: con questa premessa, di tutto il resto se ne può parlare.
Innanzi tutto chiariscono i giuristi (Fernanda Contri, giudice emerito della Corte Costituzionale e Franco Della Casa, professore Diritto processuale dell’Università di Genova), non è facile accomunare i compiti svolti da chi difende i diritti di detenuti in un carcere con quelli di chi tutela le persone chiuse, ad esempio, nei centri di accoglienza temporanea in attesa di rimpatrio, dove l’influenza delle decisioni politiche è maggiore e l’identificazione dei diritti da difendere più incerta. Inoltre non sarebbe indicato che tale figure riferisse del proprio lavoro al magistrato di sorveglianza, già terzo fra carcere e detenuto, e privo della possibilità di suscitare un dibattito politico quando necessario.
Come rappresentante del mondo politico ligure, l’avvocato Fabio Broglia, della commissione Sicurezza sociale della Regione Liguria, sottolinea con energia che la Regione non ha alcuna delega in materia in materia carceraria, ma che comunque tale figura potrebbe rientrare nelle azioni volte dalla Regione alla difesa dei diritti sociali e delle garanzie dei cittadini.
La dottoressa Maria Milano, direttrice del carcere di Chiavari, non parla dei diritti dei carcerati, ma sottolinea che vanno tutelati anche quelli dei potenziali detenuti e degli ex detenuti, allargando il discorso alla debolezza sociale, alla disparità di mezzi e risorse presente in carcere, che è comunque specchio della stessa società.
Il dottor Giovanni Salamone, Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, chiarisce che questa figura non deve finire con il vigilare sul funzionamento di un apparato pubblico – per quello ci sono già apposite commissioni interne – e nemmeno rappresentare un ennesimo costo della politica, che toglie mezzi e finanziamenti alla già difficile gestione amministrativa penitenziaria.
Insomma: per adesso nessuno pare avere paura di questa figura, di cui è stato detto tutto quello che non farà. Vedremo se si riuscirà a mantenere la stessa “prudente fiducia” anche quando si tratterà di evidenziarne i compiti, potere e finanziamenti.
(Maria Cecilia Averame)