Informazione – L’armata contro i nuovi vandali

Le notizie disturbano. Mercoledì scorso scoop di Repubblica: Berlusconi indagato a Napoli per una storia poco edificante, legata alla sua idea fissa di dare la famosa “spallata” a Prodi, costi quel che costi, magari facendo cambiare casacca al senatore Pd Nino Randazzo, eletto dagli italiani all’estero. La procura di Napoli -annuncia il TgUno delle 20- smentisce categoricamente, ma intanto manda a perquisire casa e ufficio del giornalista “colpevole”.


Poco importa che l’inchiesta venga poi confermata. I grossi titoli di non pochi giornali, compreso il più diffuso in Liguria, il mattino dopo strillano fedelmente l’invettiva di B contro “L’armata rossa della magistratura”. (Espressione che si richiama agli storici vincitori delle panzer divisionen hitleriane, solo per liquidare come comunisti i giudici che fanno la loro battaglia per applicare la legge anche ai potenti.) E il risultato di immagine, sia pure superficiale, immediato, di questo tipo di titolazione ad effetto è quello di confermare B nelle vesti dell’eterno innocente perseguitato.
Nessuno è colpevole, tanto meno lui, prima di definitiva condanna; ma, bisogna pur ricordare che per un uomo politico non c’è solo la responsabilità penale, innocente o colpevole; esiste anche un giudizio di tipo etico, morale, di correttezza, di senso dello Stato, cui deve rispondere. E come si può valutare sotto questi profili il comportamento del capo dell’opposizione che alla vigilia di un voto decisivo al senato cerca di barattare il voltabandiera di un senatore Pd con un posto da viceministro nel futuro governo alternativo? “Non gli ho fatto alcuna offerta di denaro”, assicura B; e spiega la sua prudenza -“Pensavo che avesse un registratore in tasca…”- con una battuta che sembra presa da una fiction sul malaffare.
A parlare chiaramente di soldi, proponendo al senatore un assegno da due milioni di euro, puntualmente rifiutato, era stato invece un esponente della comunità italiana d’Australia, un selfmademan di origine calabrese, proprio come Agostino Saccà, il personaggio-chiave del nuovo affare di malapolitica. Saccà, fedelissimo del cav e in quanto tale messo alla presidenza di Rai-fiction, voleva costituire nella sua terra di origine una corporation internazionale per la produzione di format, film e serial tv, tutto ciò non insieme alla Rai che rappresentava, ma con Mediaset, con il suo “capo”, come continua a chiamarlo. Le telefonate tra i due rivelavano scambi di favori e di intese poco limpide, tanto da mettere in moto le indagini su quello che si profilava come un nuovo assalto alla diligenza radiotelevisiva e non solo. Slogan poco usato nella titolazione.
(Camillo Arcuri)